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La maledizione dell’hosting perduto

Anche ieri mattina i clienti Aruba hanno avuto i loro bei problemi, stavolta non causati da attacchi mirati a parte delle loro macchine ma a causa di un errore umano dichiarato poi nelle notizie del loro sito web di assistenza:

Durante i lavori di ampliamento della Sala dati A della Nostra WebFarm 1 di Arezzo, a causa di un errore umano , si è verificato lo spegnimento di emergenza dell’impianto elettrico, con la conseguente momentanea irraggiungibilità dei servizi in essa ospitati.
La sala è stata immediatamente riattivata ed il down dei servizi si è limitato al tempo di riavvio dei server.Le altre Sale Dati del Data Center hanno, invece, continuato a funzionare regolarmente.
Ci scusiamo per i disagi arrecati e per la momentanea irreperibilità del nostro servizio assistenza on line, interessato in parte dai problemi di cui sopra.
Invitiamo i clienti che ancora dovessero avere dei problemi a comunicarcelo mediante l’apertura di un ticket di Assistenza.
Aruba S.p.A -Servizio Aruba.it

Discussioni su Aruba ne potete trovare migliaia in giro per il web, c’è chi lo odia, chi lo ama, chi lo sfrutta solo ed esclusivamente per la gestione dei DNS, chi ci si appoggia totalmente per il suo lavoro, la sua vita privata, il suo blog, il suo sito personale o aziendale che sia. Veder andare giù i server come pere cotte non è mai bello, non lo è mai. Io faccio parte della prima schiera citata, ho usato per qualche tempo Aruba (parlo di tanti anni fa) e dopo innumerevoli problemi ho deciso di portar via ciò che c’era di mio migrando verso altri provider (dapprima) ed in seguito su un server dedicato (ormai da diversi anni).

Ho voluto aprire una nuova discussione su Friendfeed. Un po’ per “sfottò” (senza alcun motivo particolare), un po’ per stuzzicare gli utenti che ancora oggi scelgono il provider di Arezzo come partner per la propria creatura sul web, qualunque essa sia:

friendfeed.com/gioxx/0bcd8b38/vedere-andare-down-aruba-e-notare-quanti-ancora

Ho poi ricevuto un tweet molto interessante di Donato via Twitter, per questo motivo ho deciso di provare a buttare giù due righe trattando uno degli argomenti più spinosi che esistano in questo panorama: la scelta del giusto piano hosting.

Qualità e quantità: il giusto prezzo

Il giusto prezzo per tutti non esiste. Toglietevelo dalla testa sin da subito. Non riuscirete mai e poi mai a mettere d’accordo nessuno sul prezzo per un piano di hosting, sia questo entry-level o professionale.

Quello che per me può essere un giusto compenso per ripagare chi mi offre spazio disco, banda e visibilità sul world wide web potrebbe essere “inarrivabile” per un altro utilizzatore con finanze più limitate o che semplicemente pensa di spendere troppo per ottenere un prodotto che “potrebbe costare di meno“.

Il costo del materiale hardware oggigiorno è decisamente più a buon mercato rispetto ad anni fa. Questo ha permesso a nuove aziende di nascere e introdursi nel mercato, nella competizione più sfrenata a chi più offre e meno vuole. Aziende low-cost (un esempio italiano è Tophost, oltre che la stessa Aruba) hanno iniziato a prendere piede e conquistare clientela che mai si sarebbe sognata di investire i propri soldi in un qualcosa di “immateriale“, che andrà poi rinnovato annualmente, che richiederà sacrifici, costante attenzione e aggiornamenti.

Eppure eccoci qui, nel fatato quanto complesso mondo delle tariffe e dei servizi messi a disposizione del cliente. Spazio disco, banda dedicata, traffico garantito, SLA e chi più ne ha più ne metta. Non è geroglifico, è solo un’infima parte della corposa lista che può comporre uno schema di pacchetto hosting acquistabile oggigiorno su internet. Ciò che fa la differenza è molto spesso il tipo di supporto offerto, le garanzie, la cura per il lavoro che portate avanti ogni giorno e che mai vorreste veder cadere inesorabilmente per cause altrui.

Qualità non si traduce con “soldi a catinelle“, non sempre almeno. Anche questa è una di quelle “leggende metropolitane” che andrebbe smentita una volta per tutte. Mi sembra chiaro che pacchetti di hosting professionale con una marea di garanzie e supporto erogato da personale qualificato possano costare parecchio, ma qui stiamo parlando di prodotti adatti a gente come me, quella desiderosa di tenere in piedi un blog, un sito personale, qualcosa che va indubbiamente preservato e protetto ma che potrebbe anche essere irraggiungibile per una manciata di minuti al mese che sarebbero tutto sommato sopportabili.

Lo scandalo Tophost scoppiato pochissimo tempo fa è l’esatta dimostrazione di quanto sia perfettamente inutile lamentarsi quando un provider perde tutto il vostro lavoro giustificandosi che è già tanto quello che vi viene dato e che non è affar loro tenere sotto backup parte del vostro lavoro (nella fattispecie, parte è sostituibile con database MySQL). E’ altrettanto difficoltoso magari combattere contro un provider che -facendo forza su mail generate automaticamente e supporto pressoché assente- chiude i rubinetti del vostro dominio senza alcun preavviso e lasciando in difficoltà chiunque non abbia competenze specifiche per potersela cavare, come successo ad Aurora pochi giorni fa.

Trovare l’ago nel pagliaio

Bene, hai fatto lo sborone, e ora cosa scelgo? Cosa mi consigli?

Tra blog di appassionati e siti web specializzati potrebbero saltare fuori un centinaio (se non più) di risposte possibili a questa domanda. E’ una richiesta che generalmente spiazza chiunque, anche perché ogni casistica meriterebbe uno studio a se. In linea di massima però si potrebbe provare ad identificare dei punti saldi che aiuterebbero a delineare un particolare tipo di offerta da confrontare tra i vari provider che si ha a disposizione.

Innanzi tutto: meglio l’Italia o meglio l’estero (America, Germania, Francia, ecc.)? E’ davvero necessario scegliere un provider italiano? Lo fate per il supporto in lingua madre? Lo fate perché potete in qualunque momento pretendere di andare a vedere il padre del vostro figlioccio sul web (il server fisico, per chi non lo avesse capito, ndr), lo fate per mandare avanti l’economia e sostenere il Made in Italy che Lapo adora così tanto propagandare in giro per il globo?

Si potrebbe pensare di partire da un semplice concetto: Italians not it better. E’ chiaramente un parere personale ma in tanti anni di permanenza e lavori a stretto contatto con provider di ogni tipo ho notato una sostanziale differenza tra gli italiani e il resto del mondo, identificando le migliori farm ed i migliori trattamenti in America e in Germania. Il server che ospita questo blog (e non solo) si trova a Norimberga, montato in uno dei tanti armadi messi a disposizione e costantemente controllati da Hetzner. Mozilla Italia (tanto per fare un altro esempio che probabilmente in tanti conoscono) si appoggia a Dreamhost.

In passato ho utilizzato con soddisfazione (e lo uso tutt’oggi per un progetto non troppo esigente) OVH, francese di origine ma sbarcato anche in Italia ultimamente con un sito web ufficiale ed un supporto dedicato in lingua nostrana, con offerte che molto somigliano a quelle proposte da Aruba ma degni di maggiore fiducia in quanto forse più presenti e più interessati alla felicità del cliente (sempre ed esclusivamente da mie esperienze, sia chiaro).

Concludo la lista inserendo un italiano di fascia media sul quale io e Andrea ci poggiamo molto spesso: WebPerTe. Lavoro sulle loro macchine da un anno circa e fino ad ora non posso lamentare alcun problema davvero bloccante. Ho trovato un supporto sempre pronto a portare a termine le mie richieste in tempi brevi  e la massima disponibilità in caso di difficoltà. Succede però che in alcuni casi potrebbero sorgere incomprensioni ed evidenti scontri che portano inevitabilmente alla chiusura del rapporto di collaborazione cliente-fornitore, come successo a Dania.

Chiaro che ciascun utilizzatore ha esigenze differenti, così come le soglie di sopportazione per i down non programmati e la pazienza nell’attesa che qualcuno con diritti di amministrazione maggiori dei suoi risolva un problema quando necessario. Se a questo aggiungete le tempistiche forse eccessive per un trasferimento da un provider ad un altro come successo poco tempo fa ai due blog di Myriam (e descritto in un mio articolo) potete ottenere un risultato che comprende le casistiche più comuni di problemi che si possono incontrare sulla propria via.

Come posso dire la mia?

Ho voluto realizzare una pagina della Wiki GxWare per tentare di raccogliere testimonianze e pareri riguardo i provider di tutto il mondo da voi quotidianamente utilizzati. Mi farebbe molto piacere se i miei lettori (occasionali o abitudinari) si registrassero e dicessero la loro:

dev.gxware.org/wiki/doku.php?id=collaborare:proposte_di_hosting

Mi pare non manchi nulla. Spero di aver fatto cosa gradita a tutti introducendo per l’ennesima volta la spinosa questione, con la speranza di aiutarsi e cercare sempre di ottenere il meglio per i propri siti web.

Buon lavoro! ;)

Di trasferimenti e provider italiani

Oggi analizzo un argomento tanto delicato quanto differente per ciascuna società. Parlo di hosting provider, aziende che mettono a vostra disposizione spazio web, domini, database MySQL e chi più ne ha più ne metta, soluzioni adatte ad ospitare un blog realizzato con WordPress, la migliore scelta -IMHO- per la propria presenza online, sia essa a livello puramente personale o a livello aziendale (nel limite della fattibilità e della flessibilità del codice). Per quest’ultimo caso suggerisco la lettura del post di Francesco.

La casistica riguarda il trasferimento di due domini, due WordPress rimessi in sesto con l’occasione, rispettivamente irrisolta.it e mimijoy.net ospitati su Tophost (il primo) e Aruba (il secondo).

il trasferimento di un dominio .it

Trasferire un dominio italiano è diventata una cosa semplicissima e immediata. Questa talvolta resta pura teoria, ahimè. Dal 28 settembre dello scorso anno, il NIC ha finalmente dato il via libera alla registrazione sincrona dei domini .it. Ciò vuol dire basta LAR, basta fax, tutto in tempo reale con domini visibili entro qualche ora dopo la registrazione, qui di seguito un buon articolo di Michele Nasi (vecchia conoscenza per noi dello staff di Mozilla Italia, ndr):

ilsoftware.it/articoli.asp?id=5553

Non tutti gli hosting provider sono però capaci di sfruttare la modalità di registrazione sincrona, mandando avanti le pratiche con l’asincrona, Tophost è uno di quelli. Trasferire quindi un “.it” necessita di un fax verso due destinazioni: il primo per il NIC, il secondo per il nuovo provider che terrà in piedi il sito web. WebPerTe (dove ho spostato il dominio) mette a disposizione una valida documentazione per capire il da farsi:

kb.aziendeitalia.com/?View=entry&EntryID=123

Vedere procedura 2.

Richiesta e fax mandati il 23 febbraio, trasferimento ottenuto giorno 1 marzo. Una settimana per poter autorizzare un’operazione di spostamento.

il trasferimento di un .net

Trasferire un qualsiasi dominio che non sia un “.it” è sempre stata cosa semplice. Un Auth. Code (Register.it spiega di cosa si tratta, per chi non lo sapesse), il pagamento per un anno in compagnia del nuovo provider, una manciata di ore per il trasferimento sulla nuova macchina server e 24 ore circa per la propagazione dei DNS. Tutto tranquillo ad eccezione del fatto che mimijoy.net si trovasse su Aruba, destinazione WebPerTe anche per quest’ultimo. Richiesta dell’auth. code avanzata giorno 19 febbraio, codice arrivato sano e salvo a casa (la casella di posta di Myriam, ndr) la sera del 24 febbraio (dopo un sollecito della pratica tramite ticket aperto lo stesso pomeriggio).

Inutile dire che da li sono bastate una manciata di ore per poter vedere tutto spostato su WebPerTe. 7 giorni per consegnare un codice.

in conclusione

Mi piacerebbe sapere perché le aziende impiegano così tanto tempo per sbrigare una normale pratica che -nel loro caso- fa parte del pane quotidiano. Posso capire i tempi tecnici e burocratici per la ricezione e la verifica di un fax, ma faccio fatica a concepire 7 giorni di attesa per un codice che generalmente un provider dovrebbe poter comunicare al cliente immediatamente. Spezzo una lancia a favore di Tophost che in questo caso lo fornisce IMMEDIATAMENTE da pannello di controllo utente (verificato personalmente con supportoinformatico.org trasferito qualche giorno fa sullo stesso server di questo blog). Aruba non cambierà mai in questo senso, me ne convinco sempre di più con il passare dei giorni :-)

Ho mandato una mail riepilogativa a Myriam con qualche numero riguardante il trasferimento dei suoi domini:

ho fatto andare avanti in autonomia l’Akismet aggiornato sul “porting” di mimijoy.net (sul mio spazio web a Roma) per 48 ore. Ha riesaminato 6400 commenti in pending scovando 6375 commenti di spam messi chiaramente in coda per un ultimo mio riesame, ora cancellati. Ho approvato i rimanenti 25 commenti buoni ripescati da vecchie approvazioni mai date da parte tua.

lo stesso porting ha consumato in soli due giorni ( tra controlli fatti e materiale caricato / scaricato per poter lavorare al trasferimento) qualcosa come 2,5 GB di traffico dati.

ti ho generato backup SQL e dati per un totale di 160 MB / spazio disco attualmente tenuti dentro al mio Dropbox che quotidianamente replica i contenuti tra web e locale / server del servizio ( prevenire è meglio che curare no?).

Le mail tra me / te / hosting provider vari ammontano a circa una trentina, lo stesso vale ( circa) per le pagine di documentazione / modulistica spulciate per poter organizzare la burocrazia dei trasferimenti da un punto all’altro.

Tutti vissero felici e contenti, Beggi magari sarà grato per la pazienza risparmiata, ora la donzella è tornata a bloggare (parzialmente) appoggiando il tutto ad un provider indubbiamente affidabile, che ne dite di una visita ad entrambi i poli? :)